L'overtourism è diventato negli ultimi anni uno dei temi più mediatizzati nel dibattito pubblico sul turismo contemporaneo, catturando l'attenzione di media internazionali, amministrazioni locali e ricercatori. Questo fenomeno, conosciuto con terminologie diverse dagli anni Sessanta del Novecento, descrive la situazione in cui l'impatto del turismo eccede le soglie di sostenibilità di una destinazione. L'articolo focalizza l'attenzione sull'evoluzione concettuale del termine, dalla sua prima formulazione accademica alla sua diffusione mediatica, esaminando le diverse manifestazioni del fenomeno e i suoi impatti multidimensionali sulle destinazioni interessate. Attraverso un approccio sistemico, il testo esplora anche il fenomeno opposto dell'undertourism, evidenziando come la soluzione non risieda nella limitazione dei flussi turistici ma in una loro gestione intelligente.
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C'è anche un piccolo, ma interessante paradosso. Possiamo affermare che questo tipo di natura, non curata e selvaggia, tipica dei nostri ambienti urbani, periurbani, suburbani e agricoli, che passa inosservata, è più selvaggia di un parco nazionale, perché attualmente questi vengono gestiti in modo molto scrupoloso. Il lago Crater, nell'Oregon meridionale, il parco nazionale più vicino a me, è un bellissimo esempio di paesaggio che sembra venire dal passato. Ma viene gestito molto attentamente. Uno dei problemi attuali è la moria di pini dalla corteccia bianca. Il pino dalla corteccia bianca è un enorme albero, bellissimo e carismatico, che cresce ad elevate altitudini e che attualmente ha dei grossi problemi di salute: la ruggine vescicolare, causata da un fungo introdotto, e il coleottero della corteccia. Per poterli gestire, il personale del parco sta piantando piantine di pino resistenti alla ruggine, anche in aree che sarebbero state normalmente gestite come selvagge. Stanno anche utilizzando repellenti contro i coleotteri in aree chiave, l'ho visto l'ultima volta che sono stata lì. Questo genere di cose è molto più comune di quanto pensiate. La gestione dei parchi nazionali è molto incisiva. La struttura e l'abbondanza della popolazione animale sono controllate. Gli incendi vengono soppressi oppure innescati. Le specie esotiche vengono rimosse, quelle autoctone vengono reintrodotte. Di fatto ho visto che il parco nazionale di Banff sta facendo tutte queste cose: sopprimere incendi, crearli, reintrodurre il bisonte, applicare dei radio-collari ai lupi. Mantenere l'aspetto incontaminato di questi luoghi è molto faticoso.
Marris, Emma, Nature is everywhere -- we just need to learn to see it. Alberta: TEDSummit, 2016.
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Questo futuro non è destinato ad assestarsi, trasformarsi o cedere a semplici regole e aspettative. Sentirsi travolti, confusi, sorpresi e incerti è il nostro nuovo stato nei confronti del mondo perché ciò esprime la verità umana su di esso.
Siamo all’esordio di un nuovo paradosso: possiamo controllare il nostro futuro come mai prima d’ora, ma gli strumenti per farlo ci svelano il mondo come qualcosa che supera più di quanto credessimo la nostra capacità di comprensione. Disponiamo di una categoria per questo genere di paradosso: la meraviglia che per prima ha spinto gli umani a guardare avanti e a trasformarsi progressivamente in ciò che sono.
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Il “Daily Graphic” di New York del 15 marzo 1877 raffigurava in prima pagina “Le minacce del telefono - L'oratore del futuro”. Si vedeva uno scarmigliato Svengali in piedi ad arringare davanti a un microfono. Lo stesso microfono lo si vede anche a Londra, a San Francisco, nella regione delle praterie e a Dublino. Curiosamente i giornali dell’epoca vedevano nel telefono un loro rivale quale sistema public address, come sarebbe stato di fatto la radio cinquant’anni dopo. Ma il telefono, intimo e personale, è il medium più lontano dalla forma public address che si possa immaginare. Per questo le intercettazioni telefoniche ci paiono ancor più odiose che la lettura delle lettere altrui.
McLuhan, M., 1986. Gli strumenti del comunicare, Strumenti di studio. Garzanti Il Saggiatore, Milano.
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